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Funghetti,
spogliarelliste, manette, sculacciando, rubando le maschere degli Slipknot.
Questo può solo essere MUSE IN TOKYO. La vista dall’ultimo piano del Tokyo ANA Hotel è notevole. Sotto di noi Tokyo si estende in un accecante mare di luci, tremolanti neon che illuminano un dedalo di fitte e popolate strade e viali. La vista è dominata da un bagliore arancione gettata dai 333 metri di altezza della torre di Tokyo. Su un livello, la torre di Tokyo è semplicemente un gigantesco monolite adattato all’immagine della Torre Eiffel. Su un livello più metaforico è un’icona simbolo dell’elasticità e del carattere giapponese, eretto nel 1958 come segno che, una nazione rotta alle sue ginocchia nella II guerra mondiale, era ritornata sui suoi piedi puntando alle stelle. Quasi 13 metri più alta della sua copia parigina, la torre fu famosamente spezzata in due da Gozzilla nel suo primo viaggio nella metropoli. Matt Bellamy l’ospite dell’hotel nella stanza 2709, è già stato a Tokyo prima di allora ma può immedesimarsi col famoso sovreccitato mostro. “Amo questa intensa, caotica cima dell’evoluzione umana,” Matt dice appassionatamente, mentre osserva attentamente la più vivace città del mondo. “Amo i colori intensi e l’intensa vita industriale, e Tokyo per me è una città da vivere nel suo massimo sviluppo e complesso. Godersi la vita della città vuol dire godere del fatto di far parte della razza umana.” Bellamy si toglie dalla finestra e si trascina assente-mentalmente con i suoi scioccanti capelli rossi che incorniciano i suoi lineamenti caratteristici e si fa cadere su una sedia vicino al letto. “Fuggire via e nascondersi in una grande casa nella campagna, è rifiutare quello che sei, rifiutare che sei umano,” dice con un sorriso. “Sto dicendo questo e probabilmente lo farò fra 20 anni, ma per adesso questo è il nostro tempo per vivere la vita". Nel 2001 se hai gusto per la vita, fame per le esperienze e un buon conto in banca, non c’è probabilmente posto migliore che essere a Tokyo. In questo momento la città risplende di fiducia e vitalità, godendo di una sorta di rinascimento culturale nella musica, nella moda e nell’arte che vede un doppione dell’ Uk chiamato “Cool Britannia” nel risveglio del Britpop, del Full Monty e la valanga laburista nella vittoria nell’elezione generali del 1997. Sicuro, l’“Asahi News” nelle pagine commerciali vi dirà che la Nikkei financial index sta diventando pericolosamente instabile, chiusa per una depressione e disoccupazione continua, le statistiche sui fallimenti e sui suicidi sono per tutto il tempo molto alte. Ma nelle strade di Tokyo l’energia è stimolante e vertiginosa. E’ appropriato, poi, che siamo nella capitale giapponese con una band che è similmente ronzante. L’industria discografica britannica sapeva da molto che le band inglesi sarebbero state “Big in Japan”. Ma la verità dietro questa protettiva attitudine è che in un paese con il doppio della popolazione della Gran Bretagna, l’abilità di fare sold-out in due o tre clubs diffusi in tutto il paese da 3.000 persone di capacità, (un impresa al quanto maggiore che le band Britanniche si aspettano ) è difficilmente paragonabile al fenomeno della Beatlemania. Gli artisti stranieri entrano solo per il 5% del totale degli album venduti in Giappone e i nomi degli artisti del mondo occidentale sono insistentemente spinti ad irrompere nella Top 10 giapponese. I Muse non hanno ancora “spaccato” in Giappone, ma sono segnalati a diventare l’esportazione musicale britannica di più successo dell’anno, qui. Il nuovo album “Origin of Simmetry” del trio del Devon si è sporto al numero 19 delle classifiche nazionali, ma ha debuttato al numero 1 nella classifica dei paesi internazionali e ha già eguagliato le vendite del loro album di debutto “Showbiz” in sole 2 settimane. Questi sono segni incoraggianti. “ Il successo dell’album mi ha preso un pò alla sprovvista se devo essere onesto”, ammette Matthew Bellamy. “Ero un pò consapevole che questo album sarebbe stato difficile da mandar giù comparato a “Showbiz” e pensavo che avremmo preso un pò di rischi. Ma ciò che fa successo in Inghilterra è molto degradante, vere e proprie stronzate e non potevamo accontentarci per questo". Per Bellamy e i suoi compagni di band Chris Wolstenholme e Dom Howard, Tokyo è la fermata finale di una lunga settimana giapponese di tour promozionale. I Muse erano stati originariamente invitati qui dalla loro casa discografica per suonare una piccola serie di concerti acustici di fronte ad un audience di invitati. Ma da qualche parte lungo la linea di questi piani c’è stato qualche cambiamento a favore del trio che ha suonato tre veri e propri concerti per i vincitori di un concorso e per dei fans duri a morire che non si sono lasciati sfuggire le prime copie di “Origin of Simmetry”. Nei primi giorni della settimana, la band ha suonati in dei club da 300 posti a Osaka e Nagoya e il giorno che siamo arrivati in Giappone erano segnalati per suonare per 3.000 fans allo Zepp club. Ci siamo incontrati con la band nel backstage dello Zepp; un qualsiasi palazzo nell’ombra di un enorme timone che forma parte di un multifunzionale e divertente parco chiamato Palette Town sul margine della baia di Tokyo. Sotto uno sguardi fisso di un poster di Mick Jagger degli inizi anni ‘70, il trio sta oziando attorno a un poco-decorato camerino. Sei o sette cartoni sigillati di cibo cinese sono appostati sul tavolo nel centro della camera, dove il tour manager Andy da un piccolo colpetto ai suoi laptop. Con il resto dello staff della band a preparare il palco, l’unica altra persona presente è l’amico della band, Tom, che sta caricando il metraggio di un video delle attività dei precedenti giorni dentro un laptop per una futura trasmissione sul sito di MuseTV. Siamo arrivati quando i Muse erano circa all’inizio di una intervista per tre canali - MTV giapponese, Canale A e The Music 272. Nell’adiacente camerino - ammobiliato in maniera identica salvo che per un vecchio poster dei Led Zeppelin sul muro - il traduttore giapponese dei Muse, il loro responsabile della casa discografica per la televisione e tre uomini della tv aspettano pazientemente. Essendo per la band il 5° giorno di interviste, per loro sono diventate familiari le esercitazioni di adesso. Il loro traduttore gli chiederà una domanda in inglese, ascoltando pazientemente le loro risposte mentre annota delle occasionali note e poi ripete la risposta in giapponese. Alla fine, quella è la teoria: in alcune occasioni il traduttore aveva ammesso di essere stato “creativo” con le sue traduzioni. Oggi sta chiedendo a Bellamy come faceva certi suoni sulla nuova canzone Space Dementia - perché hey, queste cose sono importanti per i fans giapponesi dei Muse -. Alcune domande sono relativamente semplici (“Per favore spiegateci il concetto che sta dietro al vostro nuovo video “Bliss”” ), mentre altre indagano in profondità (“Come potreste spiegare gli aspetti dell’origine della vostra musica?” ). La band le prende tutte come è di loro abitudine, con una buona grazia, malgrado il fatto che con l’aria condizionata spenta nella stanza, per fare il meno rumore possibile, la stanza è fastidiosamente calda. Matt, il componente dei Muse che canta di più, tende a ripetersi le domande per se stesso prima di rispondere in un trambusto di passi veloci, occasionalmente incoerente, di parole punteggiate con sporadiche risate convulse. Per tutto il tempo, si diverte furtivamente a fare segnali con le mani dietro la testa di Dom. Dopo mezz’ora l’interrogazione senza sosta è completa. Mentre Chris corre a cambiarsi la sua sudatissima maglietta, Matt va nel corridoio con l’aria condizionata per prendere una boccata d’aria. “Gli intervistatori qui studiano ogni intervista che hai fatto in tutti i paesi e buttano via i commenti più importanti e ti richiedono le stesse domande,” nota mentre toglie dall’involucro la sua videocamera. “Le mie domande preferite qui sono state “Perché i tuoi genitori si sono separati?” e “Stai cercando di incominciare una nuova religione?” “Le persone qui sembrano che vogliano credere che noi siamo molto spirituali e in contatto con Dio. Una ragazza saltò fuori in un’intervista dicendomi: “Matthew, mi piacerebbe avere un’altra conversazione con te sui tuoi pensieri riguardo lo spazio e le matematiche. Io voglio capire.” Penso che lei pensasse che sono una sorta di genio tipo Einstein, quando non so di cosa ho parlato mezz’ora fa.” “ Il Giappone è pieno di sorprese,” continua con una risata. “Abbiamo fatto qualche show televisivo a inizio settimana e dovevamo rispondere alle domande dei fans che erano state pre-registrate in un video. Una ragazza sullo schermo mi ha detto che vedendo i miei testi delle canzoni, dovevo essere bravo con le donne. Poi è saltata fuori da dietro la poltrona, si è seduta sopra di me è ha incominciato a chiedermi sulle mie abilità come amante in faccia,” “non sapevo cosa dire.” Aggiunge il cantante, che mescola insieme un sorrisetto con una faccia da finto offeso. Per garantire meno sorprese possibili durante lo show di stasera, la fine dei doveri professionali, indicano l’inizio di un controllo del suono per i Muse. Il che vuol dire che abbiamo l’opportunità di esplorare il luogo. Lo Zepp è essenzialmente identico ai posti di queste dimensioni sparsi nel mondo, essendo uniformemente pitturato di nero, ma ci sono delle barriere per la folla ogni pochi piedi per assicurare la sicurezza della folla stessa. Il pavimento del locale è coperto da 16 enormi palloni, che assomigliano alle terrificanti onnipresenti sfere della serie televisiva cult degli anni ‘60 “The prisoner”, ma che attualmente servono a molto meno sinistre intenzioni nel palco dello show dei Muse. Salvo per alcuni petali che avvolgono l’asta del microfono di Matt, il palco è minimamente decorato con un solo amplificatore per la chitarra e uno per il basso. Matt rivela che lo staff del locale aveva preparato un muro di amplificatori della Marshall per lui da usare, un offerta che il cantante ha declinato perché “sembra un pò uno Status Quo”. Matt gioca con qualche scala barocca sulla tastiera mentre aspetta Chris e Dom. Poi la band esegue una versione con la chitarra di “Bliss”, “Plug in Baby” ed un prolungato set acustico di “Citizen Erased”. Soddisfatti del pulito e vitale suono, il vocalista e il bassista si dirigono verso l’hotel mentre Dom Howard si accontenta di fare un veloce sonnellino nel camerino. Lo lasciamo lì. Ritorniamo al club appena prima delle sei quando la band sta attendendo di salire sul palco. Lo Zepp è pieno di un giovane pubblico che sta stringendo forte nelle mani i Cd e i poster dei Muse, e in più hanno degli orologi rosa fluorescenti dei Muse che si piegano in due come i loro biglietti per lo show. Il Cd di Madonna “Music” è sparato dalle casse mentre lo staff dei Muse sta preparando il palco. C’è un genuino senso di eccitamento nell’aria, anche se i livelli di rumore non superano mai il leggero canticchiare. Non una singola persona nel locale sta bevendo alcool: e poi a 800 yen (circa 5sterline) per una bottiglia di birra questo non è interamente sorprendente. Alle 6.05 il disco di introduzione si ferma e i Muse fanno la loro entrata sul palco, aprendo lo show con “Microcuts”. L’aria si riempie con urla di eccitamento mentre metà del pubblico corre verso il palco rendendo quelle strategiche barriere per la folla obsolete. Un enorme applauso “erutta” quando Bellamy esce da dietro la tastiera per “sparare” il riff principale di “New Born”, e da lontano puoi vedere com’è la psiche del frontman dei Muse mentre si getta sul palco strappando violenti assoli dalla sua chitarra. Un solenne silenzio cade sulla stanza per la fragile, intensa “Unintended”, ma mentre “Plug in Baby” e “Muscle Museum” ci conducono verso la via di casa, Bellamy annuncia: “ Sono felice di essere qua e ritorneremo per un tour in Novembre” ottenendo l’applauso più forte della serata. Mentre l’atmosfera è al culmine con il nuovo singolo della band “Bliss”, i palloni giganti vengono lasciati cadere ai laterali del locale e l’intero posto impazzisce mentre Matt punzecchia i palloni con la sua chitarra, lanciando sul pubblico una pioggia di coriandoli di carta. Chris si butta sulla folla. Matt e Dom fanno qualche stravagante inchino e quando il feed-back si spegne a poco a poco la folla è pronta a fare la coda cortesemente per l’uscita. Sono solo le 7.30. “La prima volta che abbiamo suonato qua, avevamo un pò di paura ad essere al centro dell’attenzione” Matt ride mentre si reidrata con dell’acqua minerale nel camerino. “Ad un certo punto ho fatto qualche movimento con la mia chitarra e l’intera folla sembrava ansimare, scioccata. Era come se ci fossero degli applausi tra le canzoni. Ma ogni volta che siamo ritornati qui è andata sempre meglio. Stasera abbiamo dato solo il calcio di inizio e poi abbiamo avuto una folla che faceva surfing e qualsiasi altra cosa. Penso che il pubblico giapponese abbia solo bisogno di sentirsi confortata insieme a te, e che poi siano eccitati come qualsiasi pubblico. Lasciamo la band a calmarsi. Più tardi ci sarà una sessione di incontro e saluto predominalmente con attraenti fans, molte delle quali seguirà la band al bar al 35° piano del nostro hotel dove riuniamo il progetto per un aftershow party. Dopo alcuni rapidi e costosi drinks, si decide di fare visita a un locale di musica dance. La band è circondata ancora una volta dalle fans sulla porta dell’hotel, mentre il rimanente del nostro party - Junko, un tizio della casa discografica, Mel l’addetto stampa, James il fotografo di Kerrang!, il traduttore della band, la mia ragazza Hiroko (che è anche la mia traduttrice), Tom, Andy, Glenn e Paul i due ragazzi dello staff e infine io - ci ammucchiamo nei minibuses per andare al club. Essendo la serata finale di lavoro di un viaggio di successo, sia la band che lo staff sono di ottimo umore - uno stato di mente assistito dal consumo di funghetti. Il club è ridotto, sgargiante e divertente e non c’è carenza di attraenti e giovani donne giapponesi che danzano con gente fuori di testa. “I tizi giapponesi sono molto protettivi con le loro ragazze, anche se non ci escono insieme,” Matt nota mentre sorseggia una birra con non-curanza. “Ogni volta che Tom e io siamo andati a chiacchierare con una ragazza le scorse notti, qualche grosso ragazzo arrivava e mettendo le braccia attorno alla ragazza e ci guardava come per dire “Andatevene a fanculo!” Ma poi le ragazze vogliono venire da noi ed è...er...difficile.” Detto questo, non sarebbe sbagliato pretendere che in questo tour non ci siano stati occasionali risultati romantici. “ Ho incontrato una ragazza e non potevamo sempre parlare la stessa lingua per comunicare, così abbiamo contato sul nostro corpo come linguaggio per comunicare,” il cantante sorride. “Penso che riesco a comunicare meglio senza le parole. Non pensate male. Sono assai espressivo e uso molto le mani quando parlo. C’è qualcosa di soddisfacente sul fare connessioni umane con qualcuno a dispetto del tuo ambiente famigliare.” La serata passa bene per tutti, con i membri dello staff che fanno “free-styling” a tempo del Dj e Dom e Chris pogano entusiasticamente su una versione electro di “Hey Jude” dei Beatles. Ma alle 3 di mattino Junko ci riferisce che ci hanno chiesto di andarcene. Nessuno sembrava conoscere il perché, ma come bravi fuori di testa abbiamo fatto come ci dicevano. In confronto a come ci sentivamo, lo sbalzo di fuso orario è una puttanata. La mattina seguente mentre stiamo seduti ad aspettare nella hall dell’albergo la band, c’è ancora qualche confusione sul perché le festa della scorsa notte era stata così corta. E’ stato così, finché qualcuno ci suggerisce che, il fatto che uno dello staff è stato “male” e si rotolava sul pavimento lottando contro un tavolo, ha contribuito alla cacciata. Quando Matt, Dom e Chris appaiono, con gli occhiali da sole fermamente a posto, comprendiamo che la fine della loro serata è stata molto più tardi della nostra, con una parte del gruppo sui corridoi dell’hotel, e Matt che faceva “spazzing out” con isteria sul pianerottolo di uno degli ascensori, con la costernazione degli altri ospiti scioccati. Dovremmo dare la colpa ai funghetti, vero? Abbiamo bisogno di cibo, ma tristemente le nostre intenzioni di andare a mangiare in un ristorante giapponese sono fallite, quando scopriamo che tutti questi tipi di ristoranti sono chiusi, rimanendoci male, malgrado il fan di sushi chiamato Matt si era già comodamente rilassato a un tavolo. “La prossima volta dovresti guardare se c’è prima un cartello fuori.” brontola, camminando fuori dal secondo ristorante, dove infatti c’è un cartello alto 2 piedi con la scritta “chiuso” in giapponese. Ci siamo accontentati di un ristorante cinese, e gli ordini per il pranzo sono stati gamberetti piccanti con tagliatelle all’uovo (per Dom e Chris) e un piatto a base di curry (Matt). L’ultima volta che Kerrang! ha seguito i Muse è stato 2 mesi fa, quando sono stato inviato a Copenaghen per fare un articolo on the road. Il risultato dell’articolo, ha evidenziato l’entusiasmo della band per il pervertismo nel rock’n’roll, prendendo un sacco di gente alla sprovvista. Sul forum ufficiale della band ci sono ancora un sacco di dibattiti accesi riguardo l’atteggiamento dei Muse sulle fans e sulle droghe...sostenendo che i loro idoli “cherubini” non potevano forse aver fatto tali buffonate. Prima che partissi per il Giappone alcuni miei colleghi manifestarono sorpresa che la band fosse ancora disposta a parlare con me dopo quell’articolo...e a essere sinceri avevo anch’io dei forti dubbi. Queste paure risultarono infondata. Il fatto che sono qua prima di tutto è una chiara indicazione della verità dell’articolo precedente, e le prime parole che mi ha detto Matt quando ci siamo incontrati sono state: “Bel articolo”. Quando, mentre il nostro pranzo stava arrivando, ho chiesto a Dom se le rivelazioni nell’articolo lo abbiano gettato in cattive acque, mi ha guardato genuinamente perplesso e del tutto preoccupato. Se voi conosceste quante band in queste pagine si lamentano o ti fanno causa perché scrivi cose “fuori dal contesto generale”, puoi capire come sia figo incontrare una band come i Muse. La verità è che, dopo un anno pieno di risposte a noiose domande, sullo stato della nazione “indie”, sul debito riguardante i Radiohead e Jeff Buckley, i Muse sono felici di essere visti finalmente come una vera e propria band...con tutto il bagaglio che questo comporta. E adesso sono sicuri di essere - 3 giovani ragazzi che non devono ringraziare nessuno e che hanno il mondo ai loro piedi. Averli di fronte, il trio di Devon è sempre più forte per quanto riguarda il successo nel campo internazionale comparato ai genuini contendenti britannici. In aggiunta del loro successo di Giappone, “Origin of Simmetry” è andato molto bene in tutta Europa e il senso di ambizione e il credere in se stessi della band, li ha messi in luce come una classe differente dai loro coetanei. “Fuori di qua e in Europa la gente trova le più grandi band britanniche completamente miti e noiose e rispettano le band che creano e sperimentano musica più emotiva,” nota Matt “Questo album mi ha dato la sicurezza di spingere le cose più in là.” Se i giapponesi vanno pazzi per i Muse, allora il legame è reciproco. La band considera il Giappone uno dei paesi migliori da visitare. “La prima volta che siamo venuti qua era totalmente surreale,” dice Matt “Ogni cosa è diversa qui. Ma mi piace veramente la cultura giapponese e la gente giapponese e ogni volta non vedo l’ora di ritornarci.” In comune con tutte le visite delle altre band, i Muse sono stati coperti con regali nei loro viaggi - incluso anelli fatti a mano, kimoni e massaggi hai piedi. Durante il viaggio le fans hanno regalato anche regali originali tipo dei doni basati sulla loro interpretazioni artistiche delle canzoni e dei testi dei Muse. A Nagoya hanno ricevuto delle piccole lanterne e dei caleidoscopi per simbolizzare “Darkshine”, mentre altre fans gli hanno offerto dei vestiti pitturati adornati con l’interpretazione della canzone “Feeling Good”. La devozione, la generosità e la fedeltà mostrata dai fans giapponesi ai loro idoli è leggendaria. Una ragazza che è stata praticamente ad ogni concerto dei Muse in Uk e Giappone è nella hall dell’hotel ogni mattina quando partono ed è ancora lì quando ritornano alla sera.Qualcuno fa notare che il momento culminante della sua giornata è semplicemente il dire “Hello” alla band 2 volte al giorno. Matt contempla questo per un momento. “Non è giusto, vero?” dice con un sorriso “L’altra volta era tuttavia peggiore perché ci eravamo registrati in hotel con i nostri nomi.” Il cantante si è segnato all’ANA hotel come Mike Hunt (ditelo ad alta voce velocemente e il giochetto sarà evidente). “Ma le fans giapponesi sono rispettose - non sorpassano mai la linea di invasione del tuo spazio personale o ti assillano.” Qualche incontro, comunque, è stato troppo per alcune fans. “A Osaka due ragazzine che sono le nipoti del ragazzo della casa discografica avevano un piccolo dono per noi,” espone Dom “Così entrarono nella stanza cortesemente, ma quando ci videro si “persero”. Stavano ansimando e avevano seri problemi.” In quei minuti stanno ansimando similarmente anche Dom e Chris. Il piatto di gamberetti e tagliatelle che hanno ordinato era così piccante da provocare involontariamente un ansimo “Jesus!” dai due che immediatamente hanno gocce di sudore sulla fronte come per quei parenti che non si fanno mai vedere, presenti al funerale del vincitore della lotteria. Peggio ancora, quando tentano di calmare le lingue brucianti con delle bevande al caramello che abbiamo ordinato, ma che sono state subito rispedite al mittente quando abbiamo scoperto che i bicchieri contenevano dei fagioli di tapioca neri che sembravano sospettosamente degli escrementi di coniglio. Domani, i Muse avranno il loro primo giorno libero da quando sono arrivati. I piani di Chris sono di spendere il giorno facendosi tatuare il nome si suo figlio Alfie sul braccio in caratteri giapponesi. Matt insiste che il bassista dovrebbe fare il tatuaggio nella maniera tradizionale con un martello fatto d’osso e con lo scalpello piuttosto che con la pistola a inchiostro. “Sarebbe una storia adatta,” esulta. “Prenderai parte alla vera cultura giapponese. Facendoti fare delle lettere giapponesi, così tanto vale che lo fai in stile giapponese.” I piani di Dom per domani vanno oltre la ricerca di belle magliette. E Matt? “Mi è stato detto qualcosa su un club dove guardi delle ragazze andare su e giù da un palo. Sono molto interessato a questo. Dopo mangiato, visitiamo il vicino Meiji Jungu, un santuario Shinto in onore dell’imperatore Meiji e la sua consorte, l’imperatrice Shoken, che regnò in Giappone dal 1868 al 1912 durante un periodo in cui il Giappone godeva di una prosperità senza precedenti e di un maggiore avanzamento tecnologico e culturale. Il nostro discorso continua in un percorso tra i centri del santuario attorno al “Funny lickers” impiegato dall’imperatrice nell’antica Cina , che ci conduce a una discussione sulle origini della parola “Isteria”. Matt rivela che nell’Inghilterra Vittoriana le donne “isteriche” potevano essere curate dai dottori che potevano sollevare le loro tensioni masturbandole. Un buon lavoro se lo puoi ricevere. Come la maggior parte di Tokyo, il santuario originale di Meiji (costruito nel 1920 dopo la morte dell’imperatore e dell’imperatrice nel 1912 e 1914 rispettivamente) è stato distrutto dalle bombe americane durante la seconda guerra mondiale. Ma l’attuale tempio (completato nel 1958) è innegabilmente bello. E’ un pò sconcertante trovare sedie e tavoli sponsorizzati dalla Coca-Cola a un bar all’entrata di questo posto spirituale, ma la serenità del tempio è sempre umile. “Siamo andati in qualche tempio a Osaka e Nagoya quando siamo venuti in Giappone l’ultima volta,” dice Matt tranquillamente. “C’erano un sacco di ragazze e giovani donne con la faccia dipinta di bianco che pregavano e parlavano.” “E’ stato” dice con un teatrale inarcamento del sopracciglio, “tra le cose più calde che ho mai visto.” Non prima di essere passati sotto l’enorme cipresso Torii (cancello) che marca l’entrata del tempio, la band ha commesso involontariamente un passo falso sedendosi sulla soglia del tempio per fare delle fotografie. Questo è considerato di cattiva sorte e profondamente offensivo dai nostri padroni di casa, un fatto messo in rilievo quando una guardia in uniforme grigia fa tornare il trio indietro. Che fortuna, veramente tanta, che non li abbia visti 2 minuti prima, quando alla fonte per le “assoluzioni”, Matt lanciò una grossa cucchiaiata d’acqua, tradizionalmente usata per purificare le mani e la bocca prima di entrare nel tempio, in faccia a Dom per la gioia di tutti. Presso il palazzo principale del tempio, delle donne con vestiti bianchi con i tradizionali tabi (calze infradito) e con i sandali, portano fortune a 100 yen a colpo. Per 800 yen puoi anche comprare pezzi di legno sui quali i desideri sono scritti prima e poi appesi accanto a centinaia di legni simili su una tavola dei desideri chiamata Ofuda. Se vai nel tempio principale si suppone che devi onorare gli Dei Shintoisti chinandoti 2 volte, battendo le mani 2 volte e rinchinandoti ancora. Da nessuna parte c’è invece scritto che si deve uscire dal tempio salutando con la mano e urlando allegramente “Bye God” come ha fatto Matt, ma siamo riusciti ad andarcene anche dopo averlo fatto senza essere maledetti. Tocchiamo ferro. Dopo la calma beatitudine del tempio, siamo stati lanciati nell’altro estremo di Tokyo - il caotico movimento di Shibuya. Questa è la faccia del Giappone che gli occidentali conoscono meglio - hi tech, sovraffollato e incredibilmente rumoroso. E’ un area che tradizionalmente i giornalisti occidentali blaterano la similitudine di Tokyo a “Blade Runner”. Shibuya è apparentemente popolata quasi unicamente dai più grandi consumatori del mondo, teen-ager giapponesi, cioè almeno il 50% di chi pare urlare nei piccoli e carini cellulari in qualsiasi momento, mentre abbassa la testa e si intreccia negli enormi stores senza fine. Piuttosto bizzarramente, in questo calderone di consumismo, un tannoy rovina il manifesto elettorale della festa dei comunisti giapponesi. La band è avvicinata da un paio di fans per delle strette di mano e autografi mentre posano per le fotografie trascinandoci poi velocemente per negozi. Con 9 di noi gironzolanti tra i labirinti dei negozi è molto probabile che ci possiamo perdere, ma fortunatamente l’altezza di Chris e lo spiccato colore di capelli di Matt ci garantisce che il gruppo rimarrà intatto. Il tempo limitato nn ci permette giustamente di soddisfare i nostri istinti di consumatori. Comunque, siamo stati più fortunati nella vicina “Harajuka”, dove un giretto al paradiso dei teen-ager chiamato Takeshita dà a Matt 2 nuove magliette - una impermeabile nera con dei numeri in PVC che lui descrive come una “Marilyn manson-ish” e una maglietta nera trasparente con comiche maniche extralunghe che magari vedrete indosso a lui sul palco vicino a te in futuro. Ci meravigliamo tutti molto
nel vedere il fighissimo robot per il traffico con le braccia meccaniche
che segnala agli automobilisti quando passare. Chiaramente, questi non
sarebbero durati 2 minuti nelle strade inglesi. “Se tu hai uno di quei
cosi così in camera, puoi prendere una manichina da un negozio e piegarla
con la gonna sollevata e quel robot dietro di lei. Sembrerebbe che la sta
sculacciando tutto il giorno,” Matt dice vivacemente. Ridiamo
nervosamente e torniamo indietro nel nostro hotel in silenzio. Roppongi è l’equivalente
a Tokyo do Leicester Square a Londra o di Times Square a New York: un
vistoso, appiccicoso, unto pentolone che è visitato solamente da uomini
stipendiati ubriachi che cercano qualche azione negli strip clubs o
turisti con più soldi che buon senso. A parte Chris, che ha optato per
una serata tranquilla, ci dirigiamo in quel quartiere per cenare quando
abbiamo scoperto che, il ristorante nell’hotel da 100 sterline a piatto
dove la band ha cenato l’altra sera ad aragoste e ancora dimenanti
gamberetti, è chiuso. Accanto, ci avevano parlato di un ristorante
chiamato Alcatraz dove mangi in stile celle di prigione e si è serviti da
ragazze giapponesi vestite di corte uniformi da guardia carceraria. E nel
momento in cui, la ragazza vestita in PVC ci saluta sulla soglia mettendo
con decisione le manette a me ed alla mia ragazza prima di condurci nella
nostra cella, sappiamo che abbiamo fatto la scelta migliore. Un grazie a McAlice per questa traduzione |