>> Non sono più i cloni dei Radiohead... Ecco il racconto del nuovo 'Origin of symmetry'...

Loro, i Muse: che entrarono nelle nostre case con quell’anthem – melanconico e nauseato – che fu “Muscle museum”, che appena nati avevano già la fama – mondiale, di essere una delle migliori live band del mondo, che sul palco distruggevano chitarre e amplificatori che ma nella vita di tutti i giorni erano tanto timidi da vivere le interviste come un vero e proprio supplizio. Gli stessi che furono criticati per aver assimilato tanto bene la lezione dei Radiohead da essere addirittura accusati di sfiorare il plagio, di essere – più che una gruppo – una “cover band di lusso” di Yorke e soci. Di tempo, però, ne è passato: i tre giovani inglesi sono riusciti ad affrancarsi da questi pesanti pregiudizi, riuscendo a consolidare la loro fama di “animali da palco” con esibizioni sempre più intense, e contribuendo, col loro nuovo album, “Origin of symmetry”, a perfezionare il loro stile ed a definire il loro sound.

Perché avete scelto “Origin of Symmetry” come titolo per il vostro secondo album ?
E’ interessante, perché è un concetto che può assumere tanti significati diversi. Può essere, ad esempio, il punto di equilibrio nel mondo, o all’interno dell’universo, in base al quale tutte le cose che facciamo nelle nostre vite hanno un senso. Può anche essere visto come il punto in base al quale tutte le nostre azioni possano essere interpretate come reazione a qualcos’altro a noi ignoto, o come origine di tute le domande alla quali non riusciamo a dare una risposta per dare un senso alle nostre vite.

Cosa separa “Origin of Symmetry” da “Showbiz” ?
Probabilmente il lavoro fatto in studio. E’ una dimensione piuttosto nuova per noi, che dal nostro esordio a questa parte abbiamo sempre privilegiato la situazione live rispetto a quella – più meditata – dello studio di registrazione. Oltretutto, l'esperienza che abbiamo accumulato negli ultimi due anni ci ha permesso di migliorare come musicisti, aprendoci orizzonti che prima non immaginavamo neanche.

Pensate che questo album sia più malinconico del precedente ?
Non è esattamente più malinconico di "Showbiz", è piuttosto una via di mezzo… Anzi, nel complesso penso che musicalmente sia più positivo del primo album, pensa a "Plug in babe". Per quanto invece riguarda le liriche, siamo sempre molto criptici e personali: ma anche i testi sono ambigui, non penso che possano essere definiti completamente pessimisti o ottimisti.

Come è stato lavorare con David Bottrhil, il produttore, e cos'ha portato la sua presenza in "Origin of symmetry" ?
E' stata un'esperienza molto bella. Lui ha lavorato con moltissime band di prima classe, come i Tool, ed ha un'esperienza davvero invidiabile. La sua presenza ci ha portato ad un percorso creativo più riflessivo ed attento ai particolari. Di "Plug in babe", ad esempio, avevamo molte versioni, all'inizio: David ci ha aiutato a selezionare le cose che ci piacevano di ogni singola versione e ad unirle insieme in quella che adesso fa parte del disco. E' una bravissima persona, al di la' della sua competenza musicale…

Pare anche che David abbia dato una svolta abbastanza netta nel sound della band…
Nel far suonare uno strumento conta soprattutto il musicista, e noi continuiamo a pensare che l'intensità con la quale esegui una parte sia fondamentale per rendere un suono credibile. In ogni caso, sicuramente il suo lavoro ha contribuito a far suonare il tutto ancora più aggressivo e potente, a rendere più compatto il suono, a dargli più spessore.

Qual è, secondo voi, la peculiarità più importante di "Origin.." ?
Non è una cosa facile da dire, perché le nostre opere "da musicisti" non nascono grazie ad una routine - in studio o dal vivo che sia - ma dall'ispirazione dataci dalla gente che ci circonda, dalle esperienze che viviamo e dalle emozioni che ne traiamo: semplicemente ci auguriamo che i nostri ascoltatori capiscano e apprezzino l'impegno e la sincerità che c'è dietro ad ogni singola canzone…

Nell'ambito della mai sopita polemica tra band da studio e live band, i Muse dove si collocano ?
Siamo una live band, assolutamente. L'esperienza di suonare dal vivo fa parte di noi, dell'essenza della band, è una cosa che ci tiriamo dietro anche in studio… Negli ultimi due anni abbiamo suonato molto dal vivo, migliorando e divertendoci sempre di più: abbiamo fatto dei live show sempre più grandi e sempre più belli, e questo penso sia stato notato anche dal nostro pubblico, che non ha mai mancato di apprezzare…

Ma la vostra dimensione ideale sono gli stadi o luoghi più raccolti, come i locali ?
Quando abbiamo suonato negli States coi Red Hot Chili Peppers i posti dove ci esibivamo erano tutti immensi: per certi versi era scioccante, perché salire su un palco buio davanti a migliaia di persone e sentire la folla esplodere in un boato al primo accordo o al primo colpo di batteria è una sensazione che difficilmente si riesce a descrivere. Il frastuono del pubblico per certi versi può spaventarti, ma è quello a darti la carica necessaria per esibirti al massimo delle tue possibilità. Questo è il bello dei grandi spazi, anche se ci piace suonare anche in posti più piccoli…

Vi è piaciuto suonare coi Red Hot Chili Peppers, che vi avevano chiamato ad aprire alcuni loro concerti negli States ?
Molto, è stato fantastico. Dividere un tour con loro di permette innanzitutto di vivere a stretto contatto con quella che probabilmente è una delle migliori live band del mondo, e in secondo luogo di osservare il comportamento di veri professionisti all'opera.

Quali sono le vostre influenze, sia i generale sia per quanto riguarda il nuovo album ?
Musicalmente le influenze sono tantissime, e vanno dai Police, ai Primus, ed in generale a tutti i terzetti più famosi nella storia del rock, ma anche Rage Against the Machine, soprattutto per quanto riguarda il lato "cattivo" del nostro sound: ascoltando il nuovo disco questo genere di influenza si nota in particolar modo nelle parti più aggressive di chitarra e di batteria. Anche se ci piacciono artisti molto meno rumorosi, come Tom Waits: penso che il suo ultimo disco sia geniale ("The mule variations", ndr). Ho visto Waits dal vivo e la sua band mi ha impressionato per bravura e versatilità, per la capacità di creare mood e situazioni sempre diverse.

Ho letto che siete ammiratori di Berlioz: quanta incidenza ha la musica classica sulla vostra ispirazione ?
Mi piacciono molti compositori contemporanei, ma anche Chopin, Rachmaninoff e, più in generale, gli artisti attivi immediatamente dopo il romanticismo. Mi affascina soprattutto il loro concetto di musicista inteso come artista, e il loro modo di considerare il "genio": penso che abbiano saputo trovare un ottimo equilibrio, nella scrittura, tra la matematicità - tipica, che so, delle fughe di Bach - e l'irrazionalità tipica dei nostri tempi.

"Showbiz" è stata la parola chiave con la quale vi siete fatti conoscere al mondo. Finalmente ci siete arrivati. Vi piace come una volta, quando lo guardavate dall'esterno, il mondo dello spettacolo ?
Non saprei… Io, per la verità, associo la parola "showbiz" al mondo del cinema, a Los Angeles, alle attrici, alle Rolls fuori dai locali per vip di Beverly Hills, allo champagne e alla cocaina. Non penso sia una cosa che ci riguardi: chi scrive di musica sa meglio di noi che un tour, più che un trip edonistico, sia un gioco al massacro. Certo, ci sono degli aspetti del lavoro che facciamo che non sono niente male, e se per showbiz intendi la possibilità di conoscere ragazze e soddisfare certe tue voglie che nella vita di tutti i giorni difficilmente potresti toglierti… beh… cool.

(Davide Poliani)

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