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TUTTO MUSICA Agosto 2002
MUSE - ESCLUSIVO: LčUNICA INTERVISTA IN ITALIA
LUI HA QUALCOSA DA CONFESSARE!
Esce Hullabaloo: due cd (un live piu' una raccolta) e un dvd. Celebrano
quello che sara' il gruppo piu' famoso del mondo. O, forse, solo unčaltra
bolla di sapone? Oggi non e' questo lčunico pensiero di Matthew.
MATT HA UN SEGRETO. PROPRIO COME IN UNA DELLE CANZONI CHE STANNO FACENDO DEI
MUSE UNO DEI GRUPPI PIu' FAMOSI DEL MONDO.
Probabilmente non e' a caso che
il testo di Muscle Museum, brano che li ha fatti conoscere al grande
pubblico ai tempi del loro primo album, Showbiz (e oggi riproposto in una
devastante versione dal vivo in Hullabaloo), suonasse cosi' intenso e
misterioso.Cče' qualcosa di diverso da tutte le altre in questa band.
Qualcosa che a tratti contrasta con la loro affabilita'. Qualcosa di
difficile da afferrare. Tanto che neppure il sole di oggi, che luccica
bianco e inesorabile nel cielo senza nuvole, sembra riuscire a illuminare il
lato oscuro di Matthew Bellamy. Forse e' come una maledizione. Una di quelle
cose a cui non ci si puo' sottrarre perche' e' scritta nel destino. Una di
quelle cose che capita poche volte nella storia. Uno cosa fatta di potenza
arcana, come un tempo accadde per un altro gruppo che aveva fulminato al
cuore i giovani di tutto il mondo: un gruppo chiamato Nirvana. La band di
Kurt Cobain aveva 'quella cosa'. Indefinibile. Ma che se avessi potuto darle
un nome, avresti detto solo che profumava di 'spirito adolescente' (proprio
come diceva la canzone) e che aveva una forza da farti attorcigliare le
viscere. Una forza che non era mai piu' tornata sulla scena della musica.
Fino ad ora, forse. Fino a che non sono arrivati i Muse. Con le loro
chitarre laceranti. Con le loro armonie barocche. Con le loro armonie
tenebrose e oblique. La parola per descrivere tutto questo e' una sola:
MAGIA. E nel caso dei Muse ha un doppio significato, come scopriremo piu'
tardi. łQuesto caldo e' incredibile, sembra una condanna. Ma e' sempre
cosi', qui in Italia?Č, bisbiglia Matt al vento, stringendosi nelle spalle
mentre con la mano spegne una risata nervosa. Al suo fianco camminano
lčesuberante Dominic Howard e il sempre piu' riservato e taciturno Chris
Wolstenholme. Non dicono nulla, intenti a guardarsi intorno, spaesati, da
dietro gli occhiali scuri. Ci sono soltanto poche centinaia di metri che
dividono i camerini, dotati di aria condizionata, dai box dove e' stato
allestito il set fotografico. Eppure lčasfalto dellčAutodromo di Imola, dove
potentissime macchine corrono a folli velocita', sembra massa viva, capace
di inghiottirti quando meno te lo aspetti. Matt non e' abituato a
lamentarsi, anche se di recente, dopo aver trascorso un intero fine
settimana a farsi łlčesame di coscienza con lčaiuto di qualche funghetto
magicoČ, si e' reso conto di aver come łpersoČ gran parte della sua
personalita', quasi non possedesse piu' nulla, vuoto, łquasi come se non
avessi una coscienza e non fossi piu' un essere umanoČ, spiega, con
sfuggente noncuranza, come se fosse una cosa da nulla.
łHo iniziato a recriminare su ogni cosa, qualsiasi stupida cosaČ, continua,
finalmente al riparo allčombra della tettoia del box. Ogni tanto,
allčimprovviso, lo vedi che ti lancia unčocchiata fulminea, come per
saggiare le tue reazioni.
Nel buio del locale, intanto, sembra divertirsi ad ascoltare le istruzioni
per il funzionamento di una pistola colorata che, munita di due eliche,
riempie lčaria di bolle di sapone: unčidea del nostro fotografo in omaggio
al titolo del nuovo album.
A Matt e agli altri lčidea sembra piacere subito. Una seduta fotografica e'
un momento complesso: la creativita' di chi fa le foto si incontra con
quella dei musicisti e non sempre cče' intesa. e' sempre una lotta
psicologica che lascia un poč di tensione nellčaria, che non si scioglie
fino allčultimo scatto.
In piedi contro il telone bianco, Matt proietta una tenue sagoma sul
soffitto che assomiglia allo scheletro di un albero morto. Ma questa volta,
sotto ai vestiti neri, le sue vene non sono macchiate di blu, come un tempo.
łMi divertivo a seguire il percorso delle mie vene con un pennarello. A
scuola mi annoiavo, e allora passavo il tempo a dipingermi la pelle di
nascosto, sotto il banco. Mi ha sempre affascinato il modo in cui siamo
fatti, lčanatomia del corpo umano, pensare a cio' che se ne sta appena sotto
la cuteČ, aveva raccontato qualche mese fa, la prima volta che ci eravamo
incontrati. łQuello che sta sottoČ: ecco uno dei misteri da sciogliere.
Lčanatomia del corpo umano, fatta di carne e sangue, che convive con
lčinvisibilita' delle emozioni: elementi opposti. Proprio come la grazia e
lčinquietudine che si dibattono nelle canzoni dei Muse.
LE CHITARRE URLANTI DI PANDEMONIA
A Teignmouth, un piccolo paese nel Devonshire, che di certo non aveva le
potenzialita' per preparare i ragazzi a costruirsi una vita di buoni
propositi, Matthew Bellamy decise che ce lčavrebbe fatta. Come molti altri
suoni coetanei che studiavano al Community College, appena compiuti i
tredici anni mise in piedi un gruppo rock per dare sfogo alla sua vitalita'
di adolescente e illudersi, per un attimo, di essere il nuovo Kurt Cobain.
łQuella era la tipica cittadina dove ti annoi perche' non cče' nulla da
fareČ, ricorda Matt seguito da un cenno di approvazione di Dominic, intento
a far ondeggiare la testa dallčalto verso il basso, łdove i ragazzi non
vedono lčora di essere indipendenti e di andarsene il piu' lontano
possibile. Dčaltronde, io stesso sono sempre stato stuzzicato dallčidea di
fare tanti soldi, in modo facile e veloce. Per questo motivo, cčera molto
fermento. Ogni giorno nasceva un gruppo diverso. Cčera persino una strana
leggenda secondo cui tutta quellčenergia era arrivata come una 'musa',
discesa dal cielo: e' da li' che abbiamo preso il nostro nomeČ. Eppure, in
un posto cosi', era anche molto facile perdersi. La criminalita' tra i
giovani era forte e, davvero, per molti la musica era stata piu' di una
salvezza. łSarei potuto finire male, perche' prima o poi ti capita di
entrare in certi loschi giriČ, ricorda Matt con un ghigno a meta' strada tra
il compiaciuto e lčimbarazzato. łCome tanti altri sono cresciuto cibandomi
di tv e tecnologia. Ricordo che a scuola cčerano due ragazze che si
divertivano a tagliarsi con delle lamette, e io mi chiedevo e domandavo a
loro: Ma perche' fate questo?č. Avevo circa quindici anni e loro erano
persone davvero strane. Ancora adesso non ho una risposta precisa a quella
domanda, anche se sono quasi sicuro che si facessero del male per imitare
certi loro idoliČ.
Matt, Dominic e Chris si incontrano quasi per caso. I loro genitori, senza
motivazioni degne di nota, si trasferirono nel Devon da citta' molto diverse
e lontane come Cambridge, Manchester e la pacifica, verde regione dello
Yorkshire. Marilyn, la madre di Matt, incontro' il suo futuro marito appena
arrivo', da Belfast, in Gran Bretagna. George era un conducente di taxi con
la passione per la chitarra. Negli Anni 60 aveva militato nei Tornadoes, un
gruppo che aveva avuto il merito di piazzare un singolo, Telstar, al primo
posto della classifica statunitense. Marilyn, dal canto suo, passava le
giornate a sistemare la casa e a badare ai figlioletti, Matt e Paul. Ma
cčera anche qualcosa di strano, di diverso da quello che succede in una
famiglia qualunque: occasionalmente, con lčarrivo delle amiche, la signora
Bellamy si dedicava a coltivare i suoi poteri di medium, invocando le anime
dei morti con lčaiuto della tavola Ouija.
Anche se la musica e' sempre stata una forte presenza in casa Bellamy, Matt
non tocco' seriamente un pianoforte fino a quando si iscrisse a scuola. łLa
prima canzone che imparai a suonare e' stata la sigla di Dallas, il
telefilmČ, racconta Matt con le dita infilate tra i capelli neri e lucidi.
łQuando avevo circa tre anni, mio fratello Paul si divertiva a farmi roteare
in aria. Poi, mi metteva davanti alla televisione, avvicinava il pianoforte
e mi lasciava giocare coi tasti, ma con un dito solo? Mi mostrava ai suoi
amici come se fossi un trofeo, sghignazzando sul fatto che ero piu' simile a
una macchina che a un bambino perche' riuscivo a riprodurre subito tutte le
musiche che sentivo!Č. Cosi', quando nel 1998 Matt e compagni firmarono per
la Maverick, lčetichetta discografica voluta da Madonna che distribuisce i
loro dischi negli Stati Uniti, nessuno ne rimase poi cosi' colpito: sembrava
scritto nel destino. Nel momento in cui la chitarra urlante di Matthew
comincio' a straziare le melodie delle canzoni da lui stesso composte, la
gente che ascoltava inizio' a capire di aver davanti qualcosa di nuovo e
unico: ascoltare i Muse era come essere al centro di un tornado. O magari,
in un regno fatato, quello di Pandemonia, dove si scatenavano
improvvisamente le forze della natura, le chitarre ti sollevavano con la
forza del vento per portarti via lontano, lontano in un mondo dove bellezza
e tristezza erano due facce della stessa medaglia. Oggi dopo Showbiz, Origin
of Symmetry e un doppio disco contenente unčimpressionante esibizione dal
vivo e materiale raro, al quale e' abbinato anche un dvd, Hullabaloo, i Muse
sembrano destinati a conquistare il mondo intero, quello reale. Un risultato
che sara' raggiunto, come conclude Matt a denti stretti, łSolo quando
riusciremo a vendere dieci milioni di copie. Allora, dopo che mi saro'
costruito un fisico alla Ricky Martin, ritrovero' Madonna ai miei piedi,
insieme a tre o quattro altre sue amichette, intenta a farmi un pompinoČ.
ANGELI DALL' INFERNO
Da lontano Matthew, sul palco, sembra una creatura di un altro mondo. Le
punte acuminate della sua pettinatura lo fanno assomigliare a uno dei
'supplizianti' del film Hellraiser: 'Angeli dellčInferno'. Creature che
possono portare insieme la pace e il dolore. Cosi' come la 'tenebra
luminosa' di Darkshines o di Micro Cuts, ora ti accarezza e subito dopo ti
colpisce col freddo di una lama tagliente.
Nel camerino, la pelle gia' bianca di Matthew Bellamy appare ancora piu'
spettrale. Seduto tra il batterista Dominic Howard e il bassista Chris
Wolstenholme, relegato nellčangolo piu' distante della stanza, Matt fa
scricchiolare, con movimenti convulsi, la poltroncina di vimini. Nervoso,
ossuto e indecifrabile, e' lčunico a togliersi gli occhiali da sole e
scoprire gli occhi piccoli e infossati, che per un attimo mandano strani
bagliori riflessi, illuminati dai neon azzurrognoli. łStaro' un poč qui in
Italia, mi piaceČ, dice subito Matt, curiosamente disposto a fare una
confessione non richiesta. łSto con una ragazza adesso e la raggiungero' a
Milano. Devo conoscere la sua famiglia. Sono un poč agitatoČ. Dominic e
Chris abbozzano un sorriso, maliziosi, mimando per un attimo la scena
dellčincontro di due delicati e innamorati fidanzatini. Un atteggiamento che
sembra agli antipodi rispetto alle immagini contenute nel dvd di Hullabaloo,
che raccontano la vita del gruppo durante il lungo tour che, in pochi mesi,
li ha portati a toccare Paesi tanto differenti come il Giappone e la Russia.
łSicuramente nel documentario si riesce a comprendere molto bene qual e' lo
spirito dei Muse, attualmente. Per me un disco dal vivo e' la vera essenza
del gruppo. e' il modo di sentire la verita', la realta' che sta dentro a un
musicista. In giro abbiamo vissuto moltissime cose. Una volta a San
Pietroburgo dovevamo suonare in un club, ma effettivamente si trattava di
una bisca, ricavata sotto terra, dove la gente si faceva di ogni droga e
trattava di affari che avevano tutta lčaria di essere poco puliti. Abbiamo
avuto un poč di paura, pensavamo di finire ammazzati da qualcuno. Era uno di
quei posti con lo spioncino alla porta, proprio come nei filmČ. Matt sistema
la cravatta di pelle e stoffa nera trafitta da alcuni spilloni che un
ammiratore gli ha donato. I suoi capelli appuntiti, piantati in testa come
lunghi chiodi sulla faccia dei Cernobiti di Hellraiser, si muovono in un
fremito. łQuando ascolto la musica classica riesco a percepire le sensazioni
della persona che ha composto quellčopera, come se ci avesse gettato dentro
la sua anima. Questo sentimento di piacere che ricevo e' quasi unčestasi, mi
fa comprendere qualcosa dellčimmortalita'. Credo che le persone continuino a
vivere attraverso le influenze che hanno avuto sugli altri esseri umaniČ.
Come se improvvisamente si fosse ricordato di qualcosa di orribile, Matt si
fa cupo, dimenticandosi degli scherzi e affrettando i movimenti. łForse cče'
qualcosa di nascosto nel mio inconscio. Molti particolari del mio aspetto
fisico, del modo in cui mi muovo, probabilmente arrivano dai recessi della
mia mente. Ma non so dare una spiegazione, come non riesco a descrivere con
le parole cio' che provo quando comincio a suonare. e' qualcosa di
estremamente puro e sempliceČ.
IO SENTO I MORTI CHE PARLANO
Quando Matthew entro' nella stanza, cio' che vide era destinato a rimanergli
impresso nella mente per il resto dei suoi giorni.
Aveva solo nove anni. Giu', nel sottoscala, sua madre insieme al padre e al
fratello erano radunati, al buoi, davanti alla tavola Ouija. Bastavano poche
domande e un poč di concentrazione per attirare gli spiriti dei defunti e
capirne segreti e richieste. Ma lui era troppo piccolo. Avvicinarsi gli era
vietato. Quel giorno, pero', Matt non venne allontanato. Anzi, la famiglia
lo invito' a sedersi, tra candele accese per creare lčatmosfera adeguata.
łMia madre era una medium e continua a praticare anche adessoČ, spiega Matt
con lo sguardo fermo. E, per un attimo, anche Dominic e Chris restano muti:
cče' uno strano, immobile silenzio nellčaria. łNon mi sembrava una
situazione di cui aver paura: nella mia famiglia era qualcosa di
assolutamente normale. I morti parlano; punto. Rispondono alle domande che
fai, se le poni in un certo modo. In seguito, ho provato anchčio a usare la
tavola Ouija, ma ora non lo faccio piu', no. Qualcosa di molto strano e'
successo anni fa...Č. Si ferma, sembra restio a continuare. Dalla porta ci
fanno segno che il tempo e' terminato, che e' ora di sistemare le
attrezzature e tutto il resto prima di salire sul palco. Con un cenno del
capo, Matt continua lo stesso.
łSi', e' accaduto qualcosa di tremendo, ma non posso dirtelo. Lčho
dimenticato. Ho dovuto dimenticarlo. Ho dovuto cancellare certe cose dalla
testa. Ma se le ricordo, potrebbero tornareČ.
E non andarsene, forse. Mai piu'. Un ricordo cancellato volutamente, che
pero' preme per tornare. E Matt, che dice di non far uso di altre droghe,
ammette di prendere ogni tanto dei funghi, di quelli che łfino a qualche
tempo fa, in posti come il Giappone, non erano nemmeno vietatiČ, per cercare
di vedere al di la'. łIo vedo i morti. Sento i morti che parlanoČ, racconta.
Un dono forse. O una maledizione. Proprio come la sua musica. Che sembra
anchčessa venire da un altro mondo.
di Valeria Rusconi
PALLONI BIANCHI SUL PIANETA TERRA
Imola, 15/06/2002. Quando partono per un lungo tour, come qualunque altra
rockstar anche Matt, Dom e Chris hanno delle richieste da esaudire. Il loro
camerino e' cosparso di bibite, frutta fresca, latte, snack e bottiglie di
superalcolici. Cče' anche del vino per i festeggiamenti, che da qualche anno
a questa parte sembrano essere la conclusione piu' opportuna alle serate del
gruppo. łLo bevo spesso, ma preferisco il biancoČ, dira' Matt nei camerini,
mimando lčespressione di un nobile e altezzoso gentiluomo, rigirandosi tra
le mani un tappo di sughero. Poco dopo e' sul palco. Con il volto sofferto e
incurvato sulla tastiera, colpisce con tocchi furiosi e concitati i tasti,
dando vita alla lunga introduzione classico-barocca di Space Dementia. łLe
mani sono rosse delle tue accuseČ, grida poco dopo la voce affilata di
Matthew, nella disperazione di Micro Cuts. E proprio come nel titolo, la
musica sembra lacerare dčenfasi lčaria, ricamando volute, impetuosa e
inarrestabile. Il pubblico balla mentre Citizien Erased travolge tutti con
la sua potenza, lugubre e solenne. Sacchetti pieni dčacqua forniti dalla
security per limitare il gran caldo solcano le teste per poi schiantarsi in
mille spruzzi. I Muse portano in scena la rappresentazione piu' intensa
delle loro canzoni, disegnando acrobazie e vocalizzi che ricordano unčopera
teatrale. Il pubblico tace, il pubblico inveisce. Avvolto su se stesso, Matt
contorce le braccia attorno alla chitarra scintillante, facendola stridere e
urlare. Vicino, ai suoi piedi, la strumentazione vibra sulle distorsioni di
Hyper Music, appena preceduta dalle due nuove canzoni, Deadstar e In Your
World. Il gran finale e' lasciato a Plug In Baby, ballata dčamore e
smarrimento, e alle note arabescate di Bliss, lčinno della purezza e della
gioia. Che, allčimprovviso, esplode, manifestandosi con lčapparizione di
enormi palloni bianchi e lattiginosi. Volano nel cielo umido, si alzano,
ondeggiando tra le braccia della gente per poi frantumarsi in mille pezzi.
Lasciando cadere, nellčaria afosa, piogge di coriandoli argentei.
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